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La via dell’incontro: intervista a padre Quirico

19 Luglio 2024
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La via dell’incontro: intervista a padre Quirico
La via dell’incontro: intervista a padre Quirico

«Qui l’incontro con l’altro, l’apertura al diverso, non rappresenta una scelta quanto un dato di fatto, la nostra quotidianità».

La voce piena e rotonda, una cadenza pugliese che più di quarant’anni vissuti in Medio Oriente non riescono a nascondere; Padre Quirico Calella, francescano della Terra Santa, è da otto anni a Tripoli, città portuale a nord del Libano, secondo centro del Paese dopo la capitale Beirut.

Da dove nasce la sua vocazione? Cosa l’ha spinta ad abbandonare il proprio Paese e a raggiungere il Libano?

La vocazione non è qualcosa che si scopre in un attimo; è un cammino che richiede diverso tempo. Ricordo quando da bambino conobbi due Frati francescani della Custodia di Terra Santa; un incontro che mi segnò a tal punto da decidere di recarmi a Roma per frequentare il Seminario Minore. Da qui iniziò un percorso che mi portò appena maggiorenne a partire per la Terra Santa: ho ancora in mente le lacrime di mio padre all’aeroporto, fu uno shock che mi costrinse a ricercare ancora di più le ragioni della mia scelta.

Dopo l’ordinazione a Roma nel 1975 fui mandato a Nazareth dove rimasi per diciotto anni per poi essere trasferito ad Acri dove per ventun anni fui parroco e rettore della Scuola Cattolica. Nel 2016 avevo ormai avviato diversi progetti ma il mio Superiore mi chiese di abbandonare tutto per trasferirmi a Tripoli in Libano, Paese che non conoscevo in alcun modo. Partii per obbedienza e, una volta arrivato, mi diedi da fare per inserirmi nella mia nuova casa; tuttavia, riscontravo una certa chiusura da parte delle persone che incontravo, sembrava che nessuno volesse permettermi di accedere a questo mondo.

Ritratto in bianco e nero di padre Quirico.

Un nuovo shock dunque…

Sì, una nuova prova che mi trovai ad affrontare nel mio percorso vocazionale. Ciò che mi permise di andare avanti fu, da una parte, la fiducia che nutrivo verso i miei Superiori che avevano pensato a me per questo compito, dall’altra, il mio desiderio di scoprire i piani di Dio in questo luogo. Ho iniziato così a lavorare e a organizzare eventi per promuovere e far conoscere la nostra Missione; un metodo che continua ancora oggi e che ha permesso non solo ai cristiani ma anche a numerosi musulmani di essere informati riguardo le tante progettualità a cui lavoriamo.

Per esempio?

Negli ultimi anni abbiamo realizzato un centro sportivo dove ospitiamo un campus estivo per i ragazzi e dove è presente anche una palestra di judo in cui svolgono gare a livello nazionale; è stato poi aperto un ambulatorio pediatrico che abbiamo chiamato Francesco e il Sultano – un nome che sottintende la nostra intenzione di creare un luogo di dialogo e di supporto a chiunque abbia bisogno, a cui quest’anno abbiamo associato anche la ginecologia. Inoltre, distribuiamo pacchi alimentari e farmacologici e aiutiamo le famiglie a pagare le rette scolastiche in una società che negli ultimi anni ha visto crescere esponenzialmente il numero di poveri, anche tra i cristiani.

Padre Quirico insieme a Pietro, Alberto e ai bambini di Tripoli.
Padre Quirico insieme a Pietro, Alberto e ai bambini di Tripoli.

Cosa significa promuovere il dialogo in Libano?

Sono più di 800 anni che ogni giorno la Custodia di Terra Santa lavora per promuovere l’incontro con l’altro; dopo tutto questo tempo ci si aspetterebbe un risultato maggiore di quello attuale ma non è questo il punto. Occorre, invece, continuare a lavorare e lasciare a Dio il compito di tirare le fila.

Nel 2021 mi sono dedicato, insieme ad alcuni amici, alla scrittura dell’opera musicale “Francesco e il Sultano”: il risultato è stato uno spettacolo che abbiamo messo in scena quattro volte, due a Tripoli e due nella nostra capitale. In particolare, il 25 marzo 2022 l’esibizione si è svolta presso la sede dell’UNESCO di Beirut; in tale occasione gran parte del governo nazionale, che da diverso tempo non si riuniva, si è incontrato per assistere all’evento.

Solitamente, quando scoppia una crisi, ambiti come la musica sono gli ultimi ad essere risollevati; noi, invece, abbiamo voluto fossero i primi: questi, infatti, sono gli strumenti essenziali per ripartire e per permettere alla nostra missione di divenire, con l’aiuto di San Francesco, un vero e proprio centro di dialogo e di incontro.

Una messa in scena di "Francesco e il sultano": orchestra sul palcoscenico.
Una messa in scena di "Francesco e il sultano"

Articolo di Alberto Perrucchini
Fotografie (la prima, la seconda e quella in evidenza) di Giovanni Dinatolo

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